No ai referendum elettorali

Io sono per un sistema elettorale maggioritario secco anglosassone ad un turno. Il che vuol dire che in un territorio, per esempio Trieste, si elegge 1 deputato. Se la Camera elegge 630 deputati il territorio viene diviso in 630 collegi elettorali che eleggono ognuno 1 deputato.

Questo sistema favorisce il raggruppamento delle liste elettorali essenzialmente a due, una vince e l’altra perde. 1 candidato viene eletto e l’altro no. Applicato in Italia  imporrebbe tutti a rinnovarsi, perchè la dominante cultura proporzionalista sarebbe scardinata alle radici, le liste sarebbero obbligate a presentare candidati forti, diminuirebbe il potere dei partiti nei momenti elettorali, sarebbe rivoluzionato il rapporto tra elettori ed eletti,  l’attenzione verrebbe catalizzata sul candidato e non genericamente sulla  lista.  Ma la cosa importante é che chi perde nei collegi elettorali rimane fuori dal Parlamento.

Il referendum in votazione invece favorisce, mantenendo un sistema proporzionale con premio di maggioranza alla lista più votata, le due maggiori liste (che non sarebbero costrette a rinnovarsi) e farebbe sparire o rendere insignificanti tutti gli altri. Ora la degenerazione partitocratica del sistema non dipende solo dai piccoli ma a maggior ragione dai grandi (o meglio dai grossi) ed un sistema elettorale che non rinnova complessivamente il sistema, ma mantiene e rafforza  i maggiori protagonisti, non è la soluzione.

Insomma in poche parole i promotori sostengono che con il referendum si arriverebbe ad un sistema bipartitico quasi all’americana, di due partiti (o meglio liste elettorali), in realtà si arriverebbe ad un sistema con questi due partiti (con queste due coalizione elettorali PDL e PD).

Per cui voto NO ai due quesiti su Camera e Senato.

Voto Sì invece su quello che vieta le candidature plurime (e cioè che un candidato si possa presentare in più circoscrizioni contemporaneamente), perché così almeno se un candidato che non viene eletto a Trieste non può venire eletto a Novara o a Campobasso (come succede oggi).

Marco Gentili

 

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